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L’esteriorità dell’anima
01/12/2006

Pierangelo Sequeri
Il paradosso della moderna parabola dell'estetica è ben inquadrato nelle conclusioni di uno stimolante saggio recente:
“Sorta allo scopo di consegnare l'arte al proprio ambito specifico, era venuta configurandosi come una sorta di sapere negativo. Che per l'appunto, dice quel che l'arte non è: non è cosa del mondo reale, e infatti appartiene al mondo dell'apparenza, non ha a che fare con la verità se non nella forma del paradosso, non ha valore di conoscenza. Eppure, [...] come ciascuno può vedere e verificare, l'arte è un insostituibile strumento della nostra comprensione della realtà. L'arte non è conoscenza, si dice; ma nondimeno dove se non nell'arte il soggetto si affaccia sui suoi abissi o sulle sue trascoloranti superfici esponendosi a sperimentazioni altrimenti impossibili, e dove l'io nello stesso tempo sprofonda in sé ed esce da sé guardandosi come da un'alterità ignota?” (F. Lyotard, Anima Minima. Sul bello e il sublime, Pratiche, Parma 1995).
Che realtà è questa, che la filosofia non afferra nella sua profondità e l’arte dimostra, trattando superfici?
Per circoscrivere questo dominio, in cui l’io sprofonda nella propria interiorità soltanto se accetta di estrinsecarsi nell’esteriorità, la filosofia ricomincia a frequentare l’antica figura dell’anima in una nuova chiave. Quella della sua sensibilità, appunto; della sua aisthesis, dei suoi “sensi spirituali” come dicevano gli antichi Padri del cristianesimo. Ossia della sua attitudine a saturare il sensibile, che è straordinariamente felice di ospitarla, con l’interiorità insaziabile e incolmabile della sua immaginazione. La qualità spirituale dell’io, nell’esperienza dell’uomo, è generata dalla provocazione affettiva dell’esistente ospitale (la madre e il bambino). L’arte provoca affettivamente l’anima perché venga alla superficie. Cerca di farla uscire dalla sua autocontemplazione. Per riportarvela, alla fine: ma ad una profondità maggiore. L’arte cerca di stanare l’anima dal suo narcisimo, per indurla ad esporsi al colloquio con altre anime, lasciando una traccia afferrabile, prima di scomparire di nuovo nella sua enigmatica e inviolabile latenza.
La filosofia, continua Lyotard,
“riduce la sensazione a una modalità di conoscenza, rivelandone facilmente la futilità. Ebbene, la sensazione è anche l’affezione che il soggetto ma bisognerebbe dire: il pensiero-corpo, lo chiamerò: anima prova in occasione di un evento sensibile. Vera o falsa, l’aisthesis modifica immediatamente l’anima, muovendo la sua disposizione (la sua hexis) verso il benessere o il malessere […]. L’anima non esiste se non in quanto è affetta. La sensazione, piacevole o detestabile, annuncia pure all’anima che essa non esisterebbe affatto, che resterebbe inanimata, se non fosse affetta da nulla […]. Esistere significa essere risvegliati dal nulla della disaffezione attraverso un là sensibile. Una nube affettiva si leva allora all’istante e dispiega per un istante la propria nuance”.
In questa prospettiva il senso estetico, elaborato artisticamente, non sarebbe semplicemente un derivato espressivo o un succedaneo simbolico del pensare riflessivo. Esso avrebbe invece una funzione originaria nella costituzione della coscienza umana del senso.
Il suo elemento specifico sarebbe appunto la prefigurazione e l’esaltazione di quel rapporto toccante che segnala l’avvenuto contatto dello spirituale e del sensibile. Dove appunto l’interiorità si trova felicemente confermata nella sua esistenza proprio dall’ospitalità e dal riconoscimento che riceve mediante un’esperienza sensibile: affettiva, emozionante, che risuona interiormente, che corrisponde ad una intimità che non ha altro modo per farsi strada verso la coscienza, il pensiero, la riflessione. Non abbiamo afferrato così persino “la profondità e l’altezza, l’ampiezza, la lunghezza e la profondità” di Dio (Lettera di Paolo agli Efesini III, 18)? Non è forse accaduto proprio perché la superficie della terra ha ospitato “l’Icona dell’Invisibile” (Colossesi I, 15), l’Uomo in cui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Colossesi II, 9)? Non fu per questo che abbiamo “veduto con i nostri occhi” e “toccato con le nostre mani” il Logos dell’intimità di Dio (1 Lettera di Giovanni, I, 1)?
L’esperienza più spirituale e più alta, diventa comunicabile soltanto se è rivelata e interrogata come aisthesis dello spirito, come estetica delle profondità dell’anima. Ovvero, ed è la stessa cosa, solo se l’arte restituisce radicalmente l’esteriorità sensibile della psyche che la riceve. Passione e conoscenza sono qualità necessarie, indubbiamente, per l’invenzione esatta del segno di questa restituzione. Ma occorrono cuore saldo e mente lucida, per sostenere azzardi del genere.
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